Nuova York

A Nuova York ci sono un sacco di taxi a tutte le ore. I taxi costano poco, se te ne serve uno basta mettersi sul ciglio della strada e aspettare al massimo un paio di minuti. Per prenderlo è sufficiente fargli un cenno, lui si ferma e ti porta dove vuoi. I tassisti di Nuova York, però, non sembrano molto contenti del loro lavoro e sono quasi tutti immigrati.
A Nuova York la metropolitana è aperta tutta la notte. Grazie alle macchinine automatiche puoi fare il biglietto a qualsiasi ora e puoi pagare con i soldi di carta, con quelli di metallo e anche con la carta di credito. Il biglietto della metropolitana per una sola corsa costa due dollari. Di domenica mattina può capitare di non riuscire a fare il biglietto alla macchinina automatica perchè non prende i soldi di carta e non ne vuole sapere di riconoscere la tua carta di credito. Capita anche di ritrovarsi in un convoglio che sta fermo ad una stazione per un quarto d’ora, perchè all’altezza della 47ima strada c’è un non meglio identificato problema.
A Manhattan i parcheggi a pagamento nei garage costano quasi trenta dollari l’ora, trentacinque per tutto il giorno.
A Nuova York, se vai a ground zero, rimani stupito del fatto che, tranne uno, tutti i grattacieli che stavano attorno alle torri gemelle non hanno nemmeno un graffio, che la fermata della metropolitana che si trova proprio lì sotto non sembra aver subito danni e che proprio lì hanno intenzione di costruire una nuova torre, grande il doppio di quelle che c’erano prima e alta esattamente come loro.
A Nuova York, di sera, può succedere che entrando in un pub a caso, scopri che dalle 9 all’una suoneranno cinque gruppi rock, uno ogni ora. Per vedere i concerti si pagano 10 dollari e dentro trovi gente tranquilla di tutte le età.

Triplo senso mortale

Luogo

Bar sito all’interno dell’ufficio dove lavoro.

Personaggi
Il barista
La banchista
Gruppo di avventori, tra cui Arianna

I fatti
Sono intento a gustarmi il caffè caldo e fumante, che mi aspetta nella tazzina proprio davanti a me. Tutto attorno è pieno di gente, faticosamente riesco a farmi spazio per prendere la bustina di zucchero. La mia attenzione è tutta per la mia dose pomeridiana di caffeina, quando tra le solite grida di avventori e addetti alla somministrazione spicca il barista: “Eccolo pronto per Arianna!” e la banchista che gli risponde: “Ma Arianna lo prende lungo…”.
Alzo gli occhi, mi guardo attorno e ancora mi sto chiedendo se ce l’avesse con il barista, con il caffè o con Arianna.

Morta(zz)i loro!

Il clima di austerity che aleggia inequivocabile nei corridoi della maggior parte delle aziende ormai non guarda più in faccia a niente ed una delle voci di spesa più sostanziose per le aziende è quella relativa alle postazioni di lavoro.
Ma una scrivania ai dipendenti non si può negare per legge, e quelli che ci rimettono in questo selvaggio tagliuzzare sono i consulenti esterni come me ai quali capita spesso, come prima attività lavorativa della giornata, di doversi guadagnare un posto di lavoro.
Una delle competenze fondamentali per un consulente informatico, è proprio quella di sapersi trovare uno spazietto piccolo a piacere dove poter poggiare il proprio ufficio viaggiante. E’ sufficiente una presa elettrica, un metro quadrato di scrivania, una sedia – alle brutte anche una cassettiera può andare – ed il gioco è fatto!
Girare dalle tre alle cinque stanze al giorno per cercare la scrivania lasciata libera da qualcuno in ferie o preda a qualche malattia stagionale è frustrante, ma permette anche di conoscere gente, di stringere nuovi rapporti professionali. Stamattina, però, la sorpresa è stata al di sopra di qualsiasi aspettativa.
Alla seconda stazione della mia quotidiana e personalissima via crucis, ho incontrato LEI! Era tanto che non la vedevo, ma è bastato il suo odore a farmi trasalire.
Era lì, ad imbottire una quantità asintoticamente tendente all’infinito di pizza adagiata su vassoi stracolmi.. mortadella come se piovesse!
Lo so, la mortazza fa male al fegato.
Lo so, fa venire i brufoli ed avere i brufoli a 34 anni non è proprio una bella cosa.
Ma la mortazza è buona e lo è ancora di più quando non ti aspetteresti di incontrarla!

Palla di gomma

Palla di gomma luminosa e piena di colori
Palla di gomma ci si incrocia, ci si scontra
Palla di gomma insieme contro i muri di una stanza
Palla di gomma moto perpetuo incontrollato, incontrollabile
Palla di gomma quante volte mi sei sfuggita
Palla di gomma quante volte ti ho vista e non sono riuscito ad avvicinarmi a te
Palla di gomma quando meno me l’aspettavo ti ho ritrovato a rimbalzare insieme a me
Palla di gomma prima o poi ci saranno la forza e l’energia giuste per disegnare insieme traiettorie belle ed affascinanti come te
Palla di gomma libera come il vento

Montenegro

Sabato ore 19:30.

Un paio di ore prima, durante una lunga permanenza al supermercato, me l’ero dimenticato. A nulla era servita la dettagliata lista della spesa della quale mi ero premunito e mi ritrovavo quasi allo scadere senza pane.
D’altronde avere Eugenio ospite per il pranzo della domenica mi impediva di accontentarmi dei crackers e mi ritrovavo obbligato a vagare alla ricerca di un tozzo di pane per la triste ed ambitissima periferia residenziale nella quale sventuratamente vivo.
Finalmente la luce, l’alimentari vicino al bar Mandarino è aperto.
Poso la macchina, entro nel negozio e punto dritto al banco della panetteria. Hanno solo pane lariano in tutte le forme ed i colori possibili.
Premetto che la zona è popolata quasi esclusivamente da giovani e dinamiche coppie di manager – o aspiranti tali – che lavorano per le numerose aziende di informatica che affollano la maggior parte degli uffici dei dintorni, facendo lievitare ancor di più – se possibile – il costo della vita. Per farla breve, pare che il lariano sia il tipo di pane che va per la maggiore tra queste tristi famigliole che portano in giro le malcapitate creature in tecnologici passeggini da cross a tre route e che sembrano uscite da una scatola di Camille del Mulino Bianco.
Mi adeguo di malavoglia ai loro gusti ed opto per un filone.
Esco con il mio fagottino e punto la macchina. Click sul telecomando, apro lo sportello e lancio la busta con il pane sul sedile del passeggero. Mentre mi sfilo la giacca mi si avvicina un tipo improbabile.
Mi fa: “Capo me la dai ‘na mano? Però, dai… ‘na mano me la devi dà..”
Resto interdetto e rispondo “Beh, non so se posso aiutarti.. Dimmi..”
“Senti, nun è che c’avresti n’euro da damme che devo ricaricà la scheda Tim? Poi quanno l’ho ricaricata c’hai er Montenegro pagato!”
Mi ero appena liberato della maggiorparte degli spicci che mi affollavano le tasche pagando i due euro e quaranta del pane.
Gli faccio: “Ho appena usato tutti gli spicci che avevo per pagare il pane… mi sa che non posso aiutarti..”
L’uomo dal gusto pieno della vita non si arrende: “Nun è che poi guardà bene? Pure venti centesimi..”
Frugo nelle tasche, scorgo un oggetto metallico, lo tiro fuori: una moneta da dieci centesimi. Gliela porgo bofonchiando un timido “Mi dispiace.. Ho solo questa..”
Il tipo arraffa avidamente quelle che un tempo erano delle dignitose duecento lire, non faccio nemmemo in tempo a tirare fuori un “Ciao” che già se n’è andato sbuffando.
Menomale che il Montenegro mi fa discretamente schifo..

Il pelacarote

Era così bello il mio pelacarote.

Tutto in metallo cromato mi accompagnava dalla fanciullezza, da quando la mia mamma lo usava per preparare le pietanze a base dell’ortaggio tanto caro a Bugs Bunny.
Parlo al passato del mio fido compagno di zuppe di cereali, ne parlo al passato perchè, evidentemente stanco della noiosa vita alla quale lo costringevo, ha voluto sperimentare nuove strade. All’inizio credevo di averlo riposto nel cassetto sbagliato, l’ho cercato nei posti più strani, sono arrivato anche a controllare se fosse in camera da letto, nel caso avesse avuto l’irrefrenabile ed improvvisa voglia di stendersi un po’ sul futon.
Invece niente, se n’è andato.
Me lo immagino nelle mani di una dolce fanciulla o di uno chef affermato e famoso. E sono contento per lui, che finalmente si sente realizzato e gratificato.
Ed io mi ritrovo a cercare un suo degno sostituto, e mi rendo conto solo ora che oramai i pelacarote di metallo non esistono più, che il mio caro amico era uno degli ultimi esemplari di una specie in via d’estinzione.

Forse avrei dovuto curarmi di più di lui, fatto sta che adesso non riesco a trovare il coraggio di sostituirlo con un armese con il manico di plastica colorata.
E allora le carote per ora le pelo col coltello, sperando di sentire, un giorno o l’altro, uno strano rumore metallico sulla porta di casa, di aprire e trovarmelo di nuovo davanti allegro e sorridente come ai bei tempi.

Black Out, conseguenze

Roma – Lunedì 29 settembre ore 12:40 – un ufficio qualunque.

IO (in piedi accanto alla porta con la mano sulla maniglia nell’atto di uscire): Buon pranzo, a dopo!

LUI (con un filo di voce): altrettanto

LUI (stavolta a voce alta): tu resti qui adesso?

IO: no, sto andando a pranzo..

LUI: certo è un po’ prestino, ma avevo apputamento con una persona che non arriva…

IO [penso]: …sti cazzi!
IO [dico]: perchè, che ore sono?

LUI: le dodici e quaranta..

IO [penso]: è tornata la luce ma si sono dimenticati di attaccargli la spina!
IO [dico]: credi sia presto? Io vado sempre a mangiare a quest’ora!

LUI: ah, vabbè..

IO [penso]: ce mancherebbe…

E’ quasi l’una e sono ancora qui.. questa cosa dovevo buttarla giù ad ogni costo!

Dimenticavo.. buon pranzo!
E cercate di prendere tutto quello che di bello vi capita nella vita!

PS: LUI è tornato e non credo abbia pranzato.. bah!

Profondo sud

ore in automobile
l’emozione di percorrere nuove strade, di visitare luoghi mai visti
il naso in su per cieli sterminati alla ricerca di un pianeta rosso
la tenda, il contatto con la terra
la terra che trema, sotto l’asciugamano
distese d’acqua, quiete e sterminate
montagne di fertile cenere
contrasti, contraddizioni, non tutto si può capire
volti nuovi
accoglienza, calore
palazzi diroccati, quartieri diroccati
realtà che spariranno e delle quali non rimarrà traccia
un groppo in gola nel separarsi da questa terra del profondo sud

Il Chinotto, l’acqua minerale e… buonuicchend!

Pare che negli ultimi tempi il venerdì pomeriggio per me sia il momento di maggior ispirazione per scrivere sul blog e non c’è proprio motivo per non accondiscendere questa ispirazione.
Certo, il venerdì pomeriggio è un momento particolare della settimana, l’ufficio presso il quale lavoro è pressochè deserto perchè qui il venerdì si esce alle 14:30. O meglio, escono tutti tranne i consulenti esterni che invece continuano ad oltranza, fino ad esaurimento scorte!
Il mio dirimpettaio, consulente anche lui, parla da solo e si rimprovera con severità per non so quale motivo.
Dal punto di vista climatico si sta un po’ meglio della settimana passata, ma dipende solamente dalla temperatura esterna che si è decisamente abbassata e dal colpo di mano che ho fatto aprendo finestra e porta in modo che si crei una quasi impercettibile brezzolina tiepida che è sempre meglio dell’aria condizionata che puzza e basta!
Galvanizzato dalla conquista della finestra aperta mi sono messo a sgasare il chinotto scuotendo la lattina. Risultato: un fiotto di chinotto si è andato ad infrangere contro la mia camicia. Non contento, il destino si è servito anche della bottiglietta d’acqua minerale acquistata insieme al chinotto per farmi innervosire. La bottiglietta maledetta non ne voleva sapere di aprirsi! Sono stato costretto a sbattere più volte il tappo sul pavimento (mi si dice sia una tecnica infallibile in mancanza di un coltello per tagliare i dentini) ed alla fine, passate le escoriazioni alla mano che mi ero procurato durante i primi tentativi, ho vinto io!

E se sono sopravvissuto al chinotto e all’acqua minerale, ce la posso fare anche ad arrivare fino alle 18:30, nonostante i “BUONUICCHEND” che lambiscono le mie orecchie!