JAPxi

Giorno di San Valentino, ore 21 circa.

Il centro di Roma è assediato da coppiette bramose di consacrare il loro amore. Procedo con passo svelto lungo via del Teatro di Marcello, sono come al solito in ritardo ad un appuntamento con degli amici.
Mentre approccio il curvone in salita che porta verso piazza Venezia avvisto tre giovani giapponesi intente a consultare la mappa della città eterna. Penso tra me e me: “Adesso stai a vedere che sono talmente disperate da osare l’approccio con l’indigeno per avere indicazioni sulla strada che le porterà a destinazione..”. Nemmeno faccio in tempo a finire di comporre il mio pensiero che una delle tre mi si para davanti e mi sbarra la strada: “We need a taxi..” mi chiede col suo inglese stentato. In un inglese non meno stentato del suo le dico che forse c’è un parcheggio di taxi poco lontano da lì. Nel frattempo alzo lo sguardo: una macchina bianca con l’insegna “Taxi” accesa muove rapidamente verso di noi. D’istinto gli faccio cenno di fermarsi, il conducente mi vede e accosta. Due delle tre si guardano tra loro interdette, quella che mi ha chiesto l’informazione capisce al volo e mi ringrazia in un italiano sicuramente migliore dell’inglese di entrambi.
Le lascio nelle grinfie del tassista che, spero, non abbia approfittato troppo del loro portafogli.
Certo, devo aver dato loro l’impressione di essere uno sveglissimo, peccato che in genere quando mi serve un taxi non passo mai meno di dieci minuti in mezzo alla strada ad aspettarlo dopo aver chiamato il 3570, ritrovandomi, appena salito, il tassamentro che già segna 10 euro da pagare!

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